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16/03/2012
Dal sito di Valerio Bianchini: "Riforma o Restaurazione"?
www.valeriobianchini.it

 
Approfittiamo della pausa di campionato per pubblicare un interessante articolo del nostro amico Valerio Bianchini, dedicato al difficile momento della pallacanestro italiana.
 

Dal sito di Valerio Bianchini: "Riforma o Restaurazione"?

Il ritorno della Nazionale di Basket alla ribalta dell’interesse, dopo la sfortunata esperienza degli Europei Lituani, ci mette di fronte all’immagine della crisi più acuta della storia della Pallacanestro Italiana. Ricordate lo sgomento di fronte al fatto che l’Italia non fosse più nemmeno nelle prime 12 nazionali d’Europa? E ricordate le impietose analisi di Pianigiani e ancor prima di Recalcati sull’impossibilità di un ricambio decente dopo la medaglia olimpica di Atene, per mancanza di atleti italiani di livello? Vi sembra che quei lamenti abbiano portato a qualche ripensamento circa il governo del basket italiano?

Tutti i guai cominciarono con la caduta del vincolo e la scomparsa del famoso “cartellino” che fruttava a chi costruiva giocatori , risorse per continuare a farlo negli anni, nonostante l’aumento dei costi, inclusi quelli delle tasse federali. Le società professionistiche se la sono cavata con stranieri a basso costo e di basso livello (sempre più economico che impiantare vivai), le società cosiddette “dilettanti” si sono dilettate a riempire le loro squadre di passaportati e hanno raschiato il barile dei giocatori over 35, refluiti da un  più o meno glorioso passato. I giovani usciti dalle categorie giovanili, se erano abbastanza bravi da andare in NBA, se la cavavano, perche la NBA, nella stagione regolare,  fa giocare i suoi giovani, perché li ritiene un investimento, se invece finivano in A o in Legadue  era la strage degli innocenti. Quei ragazzi a mala pena facevano la ruota dei terzi tempi nel riscaldamento e poi l’oblio calava su di loro inesorabile. Così abbiamo disperso decine di talenti, non dando ai giocatori italiani una possibilità di formarsi, oltre che aver trascurato anche  il loro reclutamento.

Una quindicina d’anni di questa sinecura e poi i nodi sono venuti al pettine: la nostra nazionale fuori dalle prime 12 in Europa, pochissimi e di trascurabile impatto i giocatori italiani in campionato, a differenza di Spagna, Francia e Grecia.

Originata dal Capo dello sport italiano si fa largo l’idea di una Riforma. Una qualsiasi, pur di dire che facciamo qualcosa davanti al baratro. Ma l’impresa e’ ardua perché in quegli stessi quindici anni, la FIP ha demandato la governance del basket alle Leghe, le quali ognuna ha pensato agli interessi suoi immediati, senza una visione complessiva del futuro e per questo oggi il basket e’ un corpo che deperisce sempre più, perché i suoi organi non sono coordinati al benessere dell’intero organismo ma solo alle immediate necessità dei singoli apparati in contrasto tra loro.

Se si fa una Riforma si suppone che questa debba ispirarsi a un qualche principio illuminante per il futuro. Purtroppo non e’ il caso dei farfugliamenti che vengono pronunciati in questi giorni ai più alti livelli di responsabilità. Si parte dalla constatazione che il secondo campionato professionistico sia superfluo e non sostenibile e come logica conseguenza, ne si propone il raddoppio delle società, non dando ai nuovi campionati alcuna funzione specifica al loro esistere, ma semplicemente cercando di accontentare le varie componenti in conflitto.

Questa Riforma, forse accontenterà le società minori, e di conseguenza manterrà saldi i posti di comando selvaggiamente difesi, ma peggiorerà ulteriormente lo stato comatoso del nostro sport.

Io penso che, una volta che si sia raggiunto un accordo ragionevole con la serie A, bisogna mettere mano a una rivoluzione nel settore dilettantistico.

Esso ha due compiti principali: il primo e’ quello di reclutare e formare i giocatori sino al 23 anno di età. Il secondo e’ quello di permettere a tutti i cittadini italiani di giocare amatorialmente ad ogni età, senza incatenarli all’assurda piramide della scalata ai vertici del professionismo, organizzando i loro campionati a livello regionale.

Non e’ più sostenibile che le piccole società dilettantistiche, per la bramosia di salire i vertici, si svenino economicamente per ingaggiare ex-professionisti quarantenni, negando risorse ai loro settori giovanili.

Per ottenere questo risultato occorre predisporre alle spalle della Serie  A, un campionato che sia funzionale a preparare i quadri della serie A: giocatori e arbitri soprattutto, impegnati in un torneo limitato a UNDER 23, con 2 possibili OVER 23, e con  due stranieri, ma anche essi under 23, per dar modo di valutare alla serie A anche il valore di giocatori in uscita dal college in un ambiente tecnico più adatto alla loro valorizzazione.

Questo campionato raccoglierebbe il fior fiore dei giocatori giovani italiani e soprattutto li vedrebbe giocare e crescer sul campo e avrebbe molto più appeal di un campionato di vecchi refluiti dalla serie A e stranieri-autostoppisti sempre riciclati.

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